... Dormivo poco la notte, che’ in ospedale non era come in tempo di guerra, quando ci si buttava sul primo giaciglio che capitava a tiro, con membra spossate e testa arroventata; in ospedale i giorni son lunghi e oziosi, che’ il corpo non si stanca e la mente sfianca e arranca lungo sentieri impervi e impalpabili.
Dopo l’immeritata cena delle sei e mezza al refettorio, ci si levava, procedendo ad attendere alle proprie serate, sempre uguali, in sala tivu o giocando a briscola. Le notti calavano furtive e tutti quanti vi ci abbandonavamo come docili bestiole, noi malati non dissimilmente dai savi. Quando a poco a poco gli androni si svuotavano e ci si metteva a letto, il sonno tardava e, nell’oscurita’, ululati sinistri ci tenevano desti come sentinelle in attesa.
Mi levavo spesso e, cinto nel mio pigiama a righe, solevo rintucciarmi sotto il finestrone a scrutare il cielo nelle notti stellate. L’arco celeste mi pareva a volte come un’enorme fossa senza fine, il budello oscuro dell’universo; altre volte riconoscevo il mio cielo, benedicente come una nutrice, e le stelle che vi baluginavano come fuochi freddi e dimenticati. Con le chiappone al calduccio e la pellaccia salva da pericolo immediato, mi interrogavo sul significato dell’esistenza, della mia in particolare e di quella degli altri pazienti, e degli uomini in generale, quelli che erano fuori da questo orto secluso, oltre le sue mura visibili, e quelle invisibili.
Pur non amando la mia vita, temevo la morte, la morte distante e pur incombente, tal quale le stelle del cielo. Mi sovveniva come in guerra, esposto diariamente al pericolo, della morte non avevo punto paura.
Ricordavo bene come laggiu’, in Africa, un giorno mi presi nel fianco una pallottola fischiante. Allora un dolore cieco mi pervase la carne e sentii d’improvviso di non avere scampo. Morivo mi dicevo, ma la mia bocca digrignata anelava l’aria. Mi parve che la terra rossa si sgretolasse nell’altipiano tutt’intorno, e con essa la mia memoria falcidiata. La mente vacillava sull’orlo del precipizio, ma la percezione del dolore lancinante mi pervadeva, e ad essa mi aggrappavo, desiderando la vita.
Sfidando una gragnuola di colpi, un compagno mi trasse dietro un avvallamento del terreno e li’ svenii, per risvegliarmi al campo, con l’odore d’argilla che ancora mi impregnava le narici. Era il vecchio Petrangeli che mi aveva salvato, gettandosi su di me e strappandomi via dal pericolo e forse da una lunga agonia...